Il termine “neorealismo” viene usato per la prima volta nel 1941 per definire un film del regista Luchino Visconti, ma presto passa anche a definire una corrente letteraria formata da giovani autori quasi tutti cresciuti e formatisi sotto la dittatura fascista ma profondamente critici verso quell’esperienza politica ed i suoi aspetti culturali.
Il Neorealismo matura poi durante il dopoguerra.
Anche nel cinema si sviluppa questo movimento culturale, caratterizzato da storie ambientate tra i poveri e le classi di lavoratori, girate all’aperto, spesso in città fatiscenti o in campagna, e con attori non professionisti provenienti dallo stesso ambiente che si vuole rappresentare.
I registi si vogliono confrontare con le difficoltà psicologiche ed economiche del secondo dopoguerra, spesso illustrando scenari di povertà e ingiustizia e utilizzando molti attori bambini nel ruolo di osservatori di una faticosa quotidianità, ricostruita un pezzo alla volta con l’obiettivo della pura sopravvivenza.
Il movimento si può dividere in due fasi.
Una prima fase che affronta temi più recenti come gli anni della guerra, la Resistenza. Una seconda fase a partire dal 1948 che affronta tematiche sociali.
«Roma città aperta» e «Ladri di biciclette» di Vittorio de Sica, sono i film più rappresentativi di queste due fasi. Durante il periodo fascista viene favorito un impulso realista con film come «Quattro passi fra le nuvole» di Alessandro Blasetti, «I bambini ci guardano» di Vittorio de Sica e «Ossessione» di Luchino Visconti. Questi film ci mostrano un cinema che scava nel più recente passato, portando alla luce storie, temi, personaggi di quel mondo.
Aci Trezza, porticciolo situato tra Catania e Acireale. La poverissima famiglia Valastro vive di precaria pesca, attività controllata da grossisti senza scrupoli.
Il figlio maggiore dei Valastro, ‘Ntoni, protesta contro i loro abusi, ma la sua è una rivolta che rimane solitaria. In seguito a una rissa iniziata con Lorenzo, grossista profittatore e spaccone, ‘Ntoni è rinchiuso in prigione e quando, pagato il rilascio, ne esce, decide di mettersi in proprio con la sua famiglia.
All’inizio gli affari vanno bene, ma, come se la sorte fosse continuamente contro di loro, una violenta tempesta distrugge la loro barca, e di conseguenza i debiti aumentano, le riserve di acciughe sotto sale devono essere vendute a basso costo e la famiglia pian piano si disgrega pur di trovare lavoro per tirare avanti.
La sorella Lucia diviene l’amante del maresciallo del corpo di finanza di Aci Trezza, il fratello Cola diventa un contrabbandiere e la sorella Mara non può sposare il muratore che ama ed entra nel giro della droga. Infine ‘Ntoni, rimasto solo, con grande amarezza non ha altro da fare che chiedere l’imbarco proprio agli sfruttatori che aveva inutilmente cercato di sfidare, e realizzando la difficoltà, per la gente umile, di riuscire a non farsi sopraffare dai potenti.
Il film è recitato totalmente in lingua siciliana. Inoltre, al Festival di Venezia 1948, il film vinse il Leone d’oro al miglior film e il Premio Internazionale.
Il film racconta il mondo dei lavoratori siciliani del mare: le lotte di ‘Ntoni Valastro e della sua famiglia di pescatori di Aci Trezza contro gli sfruttatori dei pescatori, la sua ribellione che finisce in sconfitta, dopo che nessuno lo segue e viene imprigionato per una rissa. Quando decide di mettersi in proprio, il mare gli distrugge la barca, e per debiti è costretto a tornare a lavorare per i grossisti dalle cui prepotenze e abusi era voluto sfuggire.
Visconti si recò in Sicilia per girare un documentario finanziato dal PCI (Partito Comunista Italiano), partito a cui era legato senza averne mai preso la tessera. Ma giunto sull’isola cambiò progetto e, trovati altri fondi, girò questo film con attori non professionisti e in dialetto, in barba a tutte le aspettative di successo.
Definito «una rivolta di gusto, di piglio esclusivamente anti-retorico» (Tommaso Chiaretti), il film contribuì comunque al lancio della formula del neorealismo cinematografico italiano, in uno dei suoi film più belli. Il progetto prevedeva, dopo il mondo dei pescatori, altri due film, sui minatori delle zolfare e sui contadini, ma questo «trittico della miseria» non fu mai realizzato. A distanza di anni e liberato dalla critica ideologica, il film resta, più che un’indagine di tipo storico e sociologico, un esempio di romanzo con eroe che ha radici in Émile Zola e Jean Renoire che ha usato Verga e un certo melodramma come buone scuse.
Alla presentazione del film al Festival di Venezia, la sala si spezzò in due tra ammiratori e denigratori, ma vinse un premio «per i suoi valori stilistici e corali».
Il romanzo “I Malavoglia” è il primo romanzo del “Ciclo dei vinti” rimasto incompiuto. Il romanzo narra le disavventure di una famiglia umile di pescatori di Acitrezza (Catania) che cerca di migliorare le sue condizioni economiche. «I Malavoglia» racconta la storia amara di una sconfitta nella quale si esprime il pessimismo radicale di Verga.
Protagonisti della vicenda, sono i Toscano, una famiglia di pescatori del paesello di Acitrezza, da lungo tempo soprannominati I Malavoglia. La famiglia, che vive nella “casa del nespolo”, è composta dal vecchio patriarca, Padron ‘Ntoni, da suo figlio Bastianazzo sposato con Maruzza, detta la “Longa” e dai cinque nipoti: ‘Ntoni, Luca, Mena, Lia, Alessi. La chiamata di leva per il giovane ‘Ntoni è il primo colpo per i Malavoglia, quello che determina il dramma successivo; Padron ‘Ntoni, infatti, per guadagnare qualcosa mentre il nipote è assente, decide di comprare un partita di lupini a credito, che suo figlio Bastianazzo dovrà andare a vendere.. La barca dei Malavoglia, la “Provvidenza”, su cui Bastianazzo trasporta il carico, fa naufragio: Bastianazzo muore e i lupini vanno perduti. Luca, partito soldato per sostituire il fratello ‘Ntoni, muore nella battaglia navale di Lissa. ‘Ntoni, invece, tornato in paese, comincia a frequentare cattive compagnie e finisce in galera per contrabbando; scontata la pena, lascia per sempre il paese. Lia, sulla cui onestà corrono voci, fugge e diventa prostituta in città. La serie delle disgrazie non si ferma qui: la casa deve essere venduta per pagare i debiti. Anche Maruzza e il nonno muoiono, l’una di colera, l’altro provato dai colpi della “malasorte”. Svanito il fidanzamento con Brasi, imposto dal nonno, Mena rinuncia di sua volontà a sposare il carrettiere Alfio Mosca, del quale è innamorata: vivrà insieme ad Alessi e a sua moglie Nunziata, curando i nipotini, quando il fratello, impegnatosi con tutte le sue forze per rispettare il volere del nonno, sarà riuscito a riscattare la “casa del nespolo”.
Verga è il più grande rappresentante del Verismo italiano, ossia di quel movimento culturale letterario che vuole rappresentare la realtà sociale dell’Italia post-unitaria. I protagonisti delle sue novelle sono personaggi umili, gente del popolo, pescatori, contadini e riflettono le condizioni dell’Italia ancora pre-industriale.
Il Verismo riprende dal Naturalismo il criterio dell’impersonalità dell’opera d’arte. In base a questa idea, l’autore non deve intervenire nell’opera facendo commenti o dicendo la propria opinione, ma deve narrare oggettivamente la vicenda. Il romanzo, la novella devono essere una specie di fotografia della realtà.
Secondo il Verismo, l’individuo sottoposto alle leggi della natura, soprattutto quelle della selezione naturale secondo le quali i forti sopravvivono alle tempeste della vita e i deboli sono destinati a soccombere. È una lotta per la sopravvivenza: i protagonisti delle novelle del Verga sono i “vinti” cioè gli umili che devono lottare tutti i giorni per il pane.
Verga si eclissa come narratore, rinuncia all’onniscenza e a dare giudizi personali sulla vicenda; per lui l’opera deve apparire “essersi fatta da sé” e per questo motivo ricorre alla coralità.I temi principali del romanzo sono: la “casa del nespolo” che simboleggia il permanere della tradizione e dei valori del passato; il tema della partenza e del ritorno legati alla morte e alla sconfitta; l’immutabilità delle stagioni in contrapposizione con il mutamento continuo portato dal progresso.L’“Ideale dell’ostrica” è la teoria che meglio riassume il punto di vista del paese e della maggioranza dei personaggi verghiani. Questo consiste nella convinzione che ognuno deve rimanere legato alla propria terra d’origine e non la deve abbandonare in quanto se fa così, al suo ritorno gli risulterà impossibile integrarsi di nuovo e venire accettato dal resto della società, come accade a ‘Ntoni.Il romanzo si chiude, infatti, amaramente, con il ritorno inatteso, una sera, di ‘Ntoni uscito dal carcere. Benché egli venga accolto calorosamente dalla famiglia, si sente a disagio in un mondo di cui vorrebbe ancora far parte, ma che ormai l’ha escluso irrimediabilmente. “L’ideale dell’ostrica”, per il quale si rimane attaccati alle proprie cose e abitudini esistenziali come il tenace mollusco, implica un’irreversibilità che non perdona un abbandono. A ‘Ntoni non rimane che rivedere il paese ancora una volta, con il cuore gonfio di tristezza, quasi da clandestino, di notte, per poi allontanarsi definitivamente, dopo aver sentito le voci consuete del paese che riprende la sua vita d’ogni giorno, allo spuntare dell’alba.
Gli autori principali del Divisionismo sono GIOVANNI SEGANTINI e PELLIZZA DA VOLPEDO.
STILE: il colore è steso in forma di sottili filamenti, quasi delle striature. I colori sono mescolati. Tale modo di applicare il colore consentiva di rendere maggiormente luminosi i soggetti raffigurati.
CONTENUTO: i divisionisti rappresentavano classi sociali di estrazione più bassa, come BRACCIANTI e OPERAI. Troviamo quindi spesso paesaggi montani e scorci di natura.
Il soggetto di questo grande dipinto simboleggia la classe lavoratrice che, consapevole della propria dignità e della propria forza, marcia compatta, a testa alta e con lo sguardo fiero, verso la conquista dei propri diritti e la costruzione del proprio futuro. La marcia è decisa, solenne e inarrestabile.
Perché questo nome? Perché fino a quel momento al potere c’erano stati: aristocrazia, clero e borghesia. Il Quarto Stato rappresenta il tentativo coraggioso di mettere in discussione il potere della borghesia e di ridare dignità e potere agli operai, il cui lavoro è necessario.
I personaggi sono disposti su piani verticali paralleli e avanzano portandosi dall’ombra in pieno sole; essi vanno incontro all’osservatore, quasi a voler uscire dalla tela, così come dalla loro condizione di inferiorità sociale.
In primo piano marciano una giovane donna con un bimbo nudo in braccio e due uomini; entrambi si sono tolti la giacca: uno la tiene appesa alla sinistra, l’altro la porta appoggiata dietro la spalla destra e la trattiene con mano.
Le dimensioni notevoli del dipinto consentono a Pellizza di realizzare le figure in primo piano ad altezza pressoché naturale.
Il colore è dato per piccoli filamenti. Le tonalità calde (i gialli e i rossi) prendono il sopravvento sulle altre tinte, così da conferire alla massa dei lavoratori una monumentalità ancora maggiore.
L’artista, inoltre, fa molta attenzione all’armonia e alle proporzioni dei vari personaggi (adolescenti, bambini, uomini, donne), riferendosi alla pittura italiana del Quattrocento e del Cinquecento.
Gli americani tendevano anche a indebitarsi, acquistando, appunto, a rate.
Lo sviluppo industriale sembrava destinato a non avere fine; tutti allora furono contagiati da una grande euforia e presero a comprare azioni delle aziende quotate in borsa. Le compravano i ricchi finanzieri americani e internazionali, ma anche una massa di piccoli risparmiatori, che in pochi anni riuscirono a moltiplicare il denaro investito all’inizio.
La crisi di sovrapproduzione
Verso la fine degli anni Venti, i mercati cominciarono a essere saturi e nei magazzini si accumularono merci invendute (crisi di sovrapproduzione). In pratica le aziende cominciarono a vendere sempre meno. I profitti delle imprese, quindi, diminuirono notevolmente. Seguirono allora i licenziamenti.
Come abbiamo detto, le aziende cominciarono a vendere sempre meno: di conseguenza, il valore delle azioni di queste aziende cominciò a scendere sempre più. Gli investitori preoccupati cominciarono a vendere le azioni in loro possesso.
Il crollo della Borsa di Wall Street (Borsa di New York)
Si arrivò così alla mattina del 24 ottobre 1929 (il cosiddetto “Giovedì nero“). Nel giro di pochi minuti, la quantità delle azioni vendute fu enorme e il loro valore crollò. Milioni e milioni di dollari in azioni andarono in fumo.
Le conseguenze negli USA
Nei giorni immediatamente seguenti i risparmiatori chiesero alle banche la restituzione del loro denaro, ma nessuno poté rientrare in possesso dei propri soldi, perché le banche non avevano abbastanza denaro liquido per tutti.
La rovina investì l’intero Paese:
Si arrivò, negli Stati Uniti, ad avere 14 milioni di disoccupati.
Le conseguenze nel mondo
La crisi del 29 si diffuse:
Per uscire dalla crisi, il presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt programmò un massiccio intervento dello Stato nell’economia: il New Deal. Nel 1932 adottò misure di controllo sulla borsa e sulle banche e si propose di far crescere la domanda e di diminuire la disoccupazione promuovendo grandi opere pubbliche.
Tuttavia, l’uscita dalla crisi fu determinata dallo sviluppo della produzione bellica in vista della Seconda guerra mondiale. Ciò valse non solo per gli Stati Uniti ma per tutti i Paesi coinvolti.
La Germania nazista, ad esempio, uscì dalla crisi con un importante programma di riarmo, che consentì nel 1939 di raggiungere la piena occupazione.
During the Great Depression, in Oklahoma a severe drought creates a ‘dust bowl’, causing many problems to the agriculture.
Consequently, many farmers become poor and are forced to migrate in search of work.
They mostly go to California, because they think they will find a better future, good jobs, and happiness.
But they will face many problems: local authorities harass them (= treat them badly) and local people hate them. They are called ‘the Okies”, a word originally used to identify a native from Oklahoma, but used in the 1930’s in California to refer to very poor immigrants from Oklahoma and nearby states.
Steinbeck focuses on the story of the Joads, a family of poor sharecroppers (= mezzadri) from Oklahoma.
The main character is Tom Joad, who leads his family from Oklahoma to California looking for a better future.
They are not alone, but with other families, with the same sad destiny.
The journey is very long and hard: while travelling and camping along the Route 66, some members of the family die, other get seriously ill, no one can find a good job.
They live in a camp in bad living conditions and extreme poverty.
They finally find a job in a cotton-picking farm, when a heavy rain starts and in a very short time everything is under the water: the fields are flooded, the tents are flooded. They cannot work, cannot get money, cannot get food for living.
Towards the end of the story, Tom’s sister, Rose, gives birth to a stillborn baby.
But she can still have the strength to use her breasts to feed a starving man that she finds in a barn.
The Grapes of Wrath is both a realistic novel and a documentary. In fact, John Steinbeck has interviewed many people before writing his work.
The author wants to denounce the horrific conditions of the poor migrant families and to raise awareness of the treatment they received from the authorities of California and from the local people.
Steinbeck describes their tragic events in a very realistic way, with accurate descriptions of the landscape, of the people, of their language.
The final scene of the story, with Rose using her milk to feed a starving man, is powerful and inspiring: everybody should have the strength to react and go on, even in the middle of the most terrible crisis.
The book had an immense success; it was a bestseller. But it was also criticized and accused of socialism. Today, it is considered a Great American Novel.
The Grapes of Wrath (1939) is a novel set during the Great Depression.
La fotografia ritrae l’interno di una cucina rurale in una casa povera dell’Alabama. È un ambiente semplice, spoglio, ma vissuto. Il mobilio è essenziale: un tavolo, qualche sedia, utensili da cucina appesi al muro, forse una stufa. Si avverte un senso di funzionalità e resilienza. Evans sceglie una composizione centrata e simmetrica, che mette in evidenza l’ordine sobrio dello spazio.La luce naturale filtra delicatamente, creando un’atmosfera intima e silenziosa. Non ci sono persone: ciò enfatizza l’assenza-presenza dell’uomo, il segno del vivere quotidiano anche in mezzo alla povertàBianco e nero, con un uso dei contrasti molto delicato: la foto comunica realismo, ma anche dignità. Evans evita ogni retorica o pietismo. La sua è una visione documentaria, quasi oggettiva, ma piena di rispetto durante la crisi economica: spazi poveri ma ordinati, essenziali ma umani.Il messaggio è chiaro: la povertà non cancella la dignità. Anche in mezzo alle difficoltà, queste famiglie cercavano di conservare ordine, pulizia e normalità.
Evans studiò in Pennsylvania, Connecticut e Massachusetts, prima di trasferirsi per un anno a Parigi, per poi ritornare negli Stati Uniti e stabilirsi definitivamente a New York per tentare di sfondare nel campo della letteratura.
Nel 1930, Walker Evans abbandona il sogno di diventare scrittore e si dedica alla fotografia. Nel 1933 realizza un importante reportage a Cuba durante la rivolta contro il dittatore Machado.
Nel 1936 collabora con lo scrittore James Agee per un viaggio nel sud rurale degli Stati Uniti. Da questa esperienza nasce il libro Let Us Now Praise Famous Men (1941), che documenta la povertà estrema delle famiglie contadine in Alabama. Le foto scattate nella Contea di Hale diventano simbolo della Grande Depressione. Inizialmente commissionato dalla rivista Fortune, il reportage non fu pubblicato all’epoca.
Tra il 1938 e il 1941 lavora con Helen Levitt, e realizza i celebri Subway Portraits: fotografie scattate di nascosto nella metropolitana di New York a persone inconsapevoli
Fu un pioniere della straight photography e della fotografia in bianco e nero, ma non disdegnò l’uso del colore e la sperimentazione artistica.
Gli atomi di tutti gli elementi sono formati da tre particelle elementari:
I protoni (con carica positiva)
I neutroni (privi di carica)
Gli elettroni (con carica negativa)
Gli elettroni sono mobili e possono trasferirsi da un corpo all’altro.
Un corpo è caricato positivamente quando perde elettroni e quindi possiede più protoni che elettroni.
Consideriamo due corpi puntiformi carichi, piccoli rispetto alla loro distanza.
La legge di Coulomb afferma che:
Tra le due cariche elettriche si esercita una forza, detta forza di Coulomb, direttamente proporzionale al prodotto delle cariche e inversamente proporzionale alla loro distanza al quadrato.
La forza di Coulomb è una forza avente:

modulo F dato dalla formula:
Dove:
F è il modulo della forza di Coulomb, si misura in Newton (N)
Q1 e Q2 sono le due cariche, si misurano in Coulomb (C)
d2 è il quadrato della distanza tra le cariche, si misura in metri (m)
k è una costante che dipende dal materiale in cui si trovano le due cariche (mezzo). Nel vuoto la costante vale:

direzione data dalla retta che passa per le due cariche;
verso dato dal segno delle cariche:
la forza è repulsiva se le cariche hanno stesso segno.
la forza è attrattiva se le cariche hanno segno opposto
Il grafico della forza di Coulomb è :
Significa che tra la forza F e la distanza d c’è un rapporto di proporzionalità quadratica inversa: all’aumentare della distanza, la forza diminuisce rapidamente. Se la distanza raddoppia la forza diventa quattro volte più piccola; se la distanza triplica la forza diventa nove volte più piccola.
Relazione tra distanza e forza:
Dominio → l’insieme dei valori reali x per cui la funzione esiste:
![]()
Discontinuità in un punto → una funzione f che non è continua in un punto ![]()
in questo caso si ha una discontinuità di seconda specie perché limite destro e limite sinistro sono uguali a![]()
Apri un sito e guadagna con Altervista - Disclaimer - Segnala abuso